Che New York sia un irriducibile covo di comunisti complottisti bolscevichi forse Feltri e la triste brigata dei leccapiedi del cavaliere lo pensano davvero. Soprattutto scoprendo che in questi giorni la una parte di Manhattan, Little Italy, Soho e Lower East Side, è stata tappezzata di questi manifesti:
Secondo il giornalista italiano che ha scattato questa ed altre foto che potete trovare sul post dai cui ho tratto la notizia, gli autori del crimine sono quattro italiani che studiano e lavorano nella grande mela. Il gruppo si autodefinisce come “la nuova carboneria” ed intende agire contro la frustrazione che la fosca immagine del presidente del consiglio proietta sul nostro paese.
I nuovi carbonari hanno investito 4000 dollari per stampare centinaia di poster e cercare di far capire agli americani che non tutti gli italiani sono contenti di avere un presidente del consiglio che a parte aver visto qualche volta abbracciato a Bush gli americani stanno cominciando a conoscere attraverso articoli come quello del New York Times di pochi giorni fa.
Peccato essermi perso lo spettacolo per pochi giorni. In compenso spero che questo aiuti uno studente di scienze politiche con cui abbiamo condiviso una birra e piacevoli chiacchere in un locale di Williamsburgh, a capire quello che io non sono riuscito a spiegargli: perché gli italiani ancora votano un personaggio come Berlusconi.
E’ impossibile tornare da New York e togliersela dalla testa. Anche perché basta accendere la TV o aprire un giornale e te la ritrovi in continuazione sotto gli occhi. Con la differenza che ora riconosci i luoghi e la percezione della città che hai attraverso i film è cambiata.
New York conferma tutto. Nulla ti delude. Ci sono i grattacieli, le mille luci, i taxi e le limousine, i deli e i diners, i ristoranti di tutte le cucine possibili e immaginabili, gli hamburger giganti e gli hot dog negli angoli delle strade. C’è lo Starbucks in ogni isolato, i distributori di giornali, le bocche antincendio rosse per i vigili del fuoco e gli orgogliosi pompieri del New York Fire Department sempre pronti ad entrare in azione; la metropolitana è quella che hai visto in mille film con le stazioni e i treni di sempre, ma è efficientissima e ormai sicurissima. Le luci abbaglianti di Time Square e i teatri di Broadway. Ci sono i fiumi di persone che camminano sempre di fretta con un bibitone di caffé in una mano e il blackberry o l’iPhone nell’altra, i furgoni della FedEx o della UPS con le porte scorrevoli sempre aperte perché non si perda troppo tempo a salire e scendere, le banche, i negozi lussuosi, la pattuglia della NYPD che controlla, il gruppo hip hop che balla, il trombettista jazz che raccoglie spiccioli e il chitarrista che canta Bob Dylan nella stazione della metro.
Poi ci sono i palazzi famosi, l’Empire State Building, il Chrysler, il Woolworth, con le loro decorazioni anni 20 e le dimensioni ciclopiche, per non parlare delle viste. Gli alberghi e i condomini lussuosi hanno le tende che arrivano fino al bordo del marciapiede per non bagnarsi scendendo dal taxi. I musei enormi e ben organizzati, ospitati in strutture architettoniche che valgono esse stesse il prezzo del biglietto. E c’è Harlem con l’Apollo Theater, i vestiti eleganti della domenica e le messe gospel che mettono a dura prova il tuo ateismo.
I ponti più belli del mondo e lo skyline unico. Central Park, le scale antincendio e le case di mattoni rossi con le scalette davanti.
Ed è vero che dai tombini esce il vapore. Anche d’estate. Abbiamo visto perfino l’uomo ragno.
Insomma anche se nulla ti può sorprendere perché sapevi già tutto senza esserci stato, New York ti prende subito. E capisci in un istante che cos’è il New York State of Mind.
Sulla lettera con cui Marino sarebbe stato cacciato dal Pittsburg University Medical Center, pubblicata dal Foglio la settimana scorsa, i chiarimenti sono stati tempestivi e li trovate qui e qui.
Mi colpisce che nell’articolo del Foglio sia stata usata ripetutamente l’idea che Marino abbia controfirmato la lettera, come a suggerire che questo atto costituisse una confessione dei suoi misfatti. Invece Marino ha semplicemente firmato, per ricevuta, la lettera di conclusione del rapporto di lavoro con l’Università. Atto dovuto. Se questo equivalesse ad una sottoscrizione dei contenuti della lettera, allora state attenti: ogni volta che ricevete una raccomandata, fatevela aprire e leggere dal postino, prima di firmare la ricevuta di ritorno. Non sia mai che qualcuno vi abbia tirato un brutto scherzo e voi firmate, dunque ammettete, di aver commesso chissà quale nefandezza.
Questo pezzo, poi:
Pittsburgh sarà molto severa con Marino: chiederà un risarcimento in denaro, la restituzione di tutti i benefit e i materiali offerti dall’università, la rinuncia a ogni buonuscita e l’allontanamento immediato dall’università americana (dove il senatore aveva una cattedra), dal Centro Nazionale Trapianti (di cui Marino era membro) e dalla stessa Ismett.
Ovviamente quando un rapporto di lavoro si chiude, i benefit si restituiscono. Se ti metto a disposizione l’auto aziendale, quando te ne vai, l’auto me la restituisci. Capisco che in Italia restituire le cose di cui non si è proprietari possa venire interpretato come un atto di grande severità, ma i giornalisti del Foglio dovrebbero sapere che negli Stati Uniti non è così. Riguardo poi al risarcimento in denaro, nella lettera mi pare si parli solo della restituzione del denaro pagato in eccesso a causa delle irregolarità.
Ci sono poi almeno un altro paio d’informazioni che sono state omesse dal Foglio:
lo stesso giorno in cui fu spedita quella lettera, ne seguì un’altra senza clausole vessatorie e un tono assolutamente tranquillizzante, dopo una semplice telefonata di Marino chiedendo: ma che state a fa? Stranamente questa seconda non è ancora pervenuta al Foglio.
l’entità delle irregolarità amministrative è di 8000 dollari in 15 anni su un badget annuale di 20.000.000. Micro briciole, anche rispetto a cio che un primario di quel calibro può guadagnare negli stati uniti, che rendono assolutamente poco credibile una malafede in quelle irregolarità. Ma giustamente Marino ne rende conto lo stesso e non minimizza.
le irregolarità amministrative erano state denunciate da Marino stesso
Trovo giusto che il Foglio faccia il pelo ai candidati, è il dovere della stampa. Anzi magari lo facessero tutti. Anzi magari lo facessero su tutti! Dunque mi auspico che il Foglio lo faccia in maniera più onesta e anche sulla sua parte politica, se ha il coraggio (e il tempo…).
Intanto sentite Scalfarotto, che spiega questa faccenda bene bene:
Queste le dichiarazioni dei dirigenti sulla candidatura di Grillo alle primarie del PD. Effettivamente è dalla sua nascita che cerchiamo di capire cos’è il PD. Continuate così, escludendo, piano piano riusciremo a capirlo.
Ormai le cose sono due: o succede subito qualcosa nel PD, oppure qualsiasi alternativa sarà un progetto di lunga durata da costruire nell’arco di quindici o venti anni. Onestamente bisogna riconoscere che negli ultimi mesi si cominciano a vedere facce un po’ più fresche. La candidatura di Marino alle primarie potrebbe essere il segnale che questi fermenti siano consistenti e che uno sbocco reale lo possano avere.
Franceschini forse è più intelligente coraggioso di Bersani perché ha capito che nessuno vorrà rivedere al potere né del PD, né del paese le facce di chi ha collezionato la più spettacolare sequenza di sconfitte e della storia della Repubblica e il più massiccio dissenso tra i suoi storici elettori. Franceschini cerca tardivamente d’interpretare questo malcontento. Però, come dice Scalfarotto, non puoi far cantare le canzoni di Micheal Jackson a Nilla Pizzi, ci vuole una cosa semplice semplice che si chiama credibilità.
Bersani ha avuto una grande occasione da ministro, ma l’ha sprecata. Si propone come il grande difensore dei lavoratori, ma andate a convincere chi sta votando Rifondazione o Sinistra e Libertà che i suoi interessi li curerà l’uomo di D’Alema. E se non è stato capace di unire l’Ulivo sul tema delle riforme non credo che la credibilità sia il suo punto di forza. Franceschini, dal canto suo, è pur sempre il più alto esponente del Veltronismo, dopo Veltroni, e si porta dietro Marini, Fioroni, Fassino e Rutelli (ripeto: Rutelli…). I pischelli del partito, insomma.
Ignazio Marino è l’unico che con il valore di un’esperienza professionale ai massimi livelli, con la passione civile dimostrata in questi mesi sui cosiddetti temi etici (che invece lui definisce giustamente diritti civili) e con un manifesto molto sobrio e chiaro, privo delle formulette da televenditore americano tipo salvare l’italia in dieci punti, i quattro pilastri della rinascita del PD, eccetera eccetera, può vantare una discreta credibilità. Certo non è un politico navigato, ma con lui ci sono tantissimi politici che si son fatti le ossa in anni di militanza e amministrazione locale. E poi il compito del leader non è detto che sia definire le strategie di palazzo, quanto sintetizzare gli obiettivi, comunicare con efficacia i valori e le idee in cui il partito si riconosce. Ascoltare e farsi ascoltare. Essere credibile.
In fondo è stato questo forse l’ingrediente principale del successo di Obama e Zapatero, più che l’età o le capacità oratorie.
Stasera andrò alla Festa dell’Unità (oops) Democratic Party ad ascoltare l’intervista che gli farà Bianca Berlinguer. Poi vedremo. Senza farci prendere da facili entusiasmi. Per citare ancora Scalfarotto: pagare moneta, vedere cammello.
Nel frattempo date un’occhiata a questo bel video messo insieme per riassumere lo spirito del Lingotto e il discorso-manifesto di Marino.