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Credibilità

credibilita

Ormai le cose sono due: o succede subito qualcosa nel PD, oppure qualsiasi alternativa sarà un progetto di lunga durata da costruire nell’arco di quindici o venti anni. Onestamente bisogna riconoscere che negli ultimi mesi si cominciano a vedere facce un po’ più fresche. La candidatura di Marino alle primarie potrebbe essere il segnale che questi fermenti siano consistenti e che uno sbocco reale lo possano avere.

Franceschini forse è più intelligente coraggioso di Bersani perché ha capito che nessuno vorrà rivedere al potere né del PD, né del paese le facce di chi ha collezionato la più spettacolare sequenza di sconfitte e della storia della Repubblica e il più massiccio dissenso tra i suoi storici elettori. Franceschini cerca tardivamente d’interpretare questo malcontento. Però, come dice Scalfarotto, non puoi far cantare le canzoni di Micheal Jackson a Nilla Pizzi, ci vuole una cosa semplice semplice che si chiama credibilità.

Bersani ha avuto una grande occasione da ministro, ma l’ha sprecata. Si propone come il grande difensore dei lavoratori, ma andate a convincere chi sta votando Rifondazione o Sinistra e Libertà che i suoi interessi li curerà l’uomo di D’Alema. E se non è stato capace di unire l’Ulivo sul tema delle riforme non credo che la credibilità sia il suo punto di forza. Franceschini, dal canto suo, è pur sempre il più alto esponente del Veltronismo, dopo Veltroni, e si porta dietro Marini, Fioroni, Fassino e Rutelli (ripeto: Rutelli…). I pischelli del partito, insomma.

Ignazio Marino è l’unico che con il valore di un’esperienza professionale ai massimi livelli, con la passione civile dimostrata in questi mesi sui cosiddetti temi etici (che invece lui definisce giustamente diritti civili) e con un manifesto molto sobrio e chiaro, privo delle formulette da televenditore americano tipo salvare l’italia in dieci punti, i quattro pilastri della rinascita del PD, eccetera eccetera, può vantare una discreta credibilità. Certo non è un politico navigato, ma con lui ci sono tantissimi politici che si son fatti le ossa in anni di militanza e amministrazione locale. E poi il compito del leader non è detto che sia definire le strategie di palazzo, quanto sintetizzare gli obiettivi, comunicare con efficacia i valori e le idee in cui il partito si riconosce. Ascoltare e farsi ascoltare. Essere credibile.
In fondo è stato questo forse l’ingrediente principale del successo di Obama e Zapatero, più che l’età o le capacità oratorie.

Stasera andrò alla Festa dell’Unità (oops) Democratic Party ad ascoltare l’intervista che gli farà Bianca Berlinguer. Poi vedremo. Senza farci prendere da facili entusiasmi. Per citare ancora Scalfarotto: pagare moneta, vedere cammello.

Nel frattempo date un’occhiata a questo bel video messo insieme per riassumere lo spirito del Lingotto e il discorso-manifesto di Marino.

Berlusconi non si può dimettere

silvio_berlusconi…perché altrimenti sarebbe immediatamente processato.

E’ la sostanza di due interviste, una di Sartori a El País e l’altra di Di Pietro a El Mundo uscite stamattina nelle edizioni online dei rispettivi giornali.

Sartori sostanzialmente esprime il suo totale scetticismo sulla possibilità che gli scandali di questi giorni possano comportare qualche tipo di conseguenza politica, dato che Berlusconi è stato capace di realizzare un consolidato sultanato, come descrive nel suo ultimo libro, uscito prima ancora che iniziasse puttanopoli.
Non si dimetterà perché sarebbe immediatamente processato e non lo faranno cadere perché sia il suo partito che la Chiesa mangiano dalle sue mani. E gli italiani non sanno cosa succede perché guardano solo la televisione, afferma.

Secondo Sartori il PdL è una massa clientelare più fedele della Democrazia Cristiana: tutti vivono delle sue elargizioni, il papi da loro la pappa. Questa massa clientelare non si romperà facilmente come la DC, hanno molto più potere locale e privilegi, un para stato con un interesse molto più forte a rimanere saldamente unito.
E Fini? Fini è in pensione. Berlusconi ha fatto ministri i suoi colonnelli, di fatto togliendogli ogni potere anche sui suoi. La sua carriera è stata coronata di errori e stupidaggini e se arrivasse al potere mi fiderei di lui meno che del mio gatto, dice Sartori. La Chiesa abbaia ma non morde, in fin dei conti è stata comprata anch’essa da Berlusconi. Immagino Sartori si riferisca alla distruzione della scuola pubblica e i benefici alle scuole private cattoliche.

Più colorita ovviamente l’intervista a Di Pietro di cui El Mundo offre una sintesi dei punti più salienti:

  • Berlusconi è malato. Una cosa che può capitare a tutti. L’erotomania di Berlusconi è conseguenza probabilmente di uno stato d’impotenza mentale.
  • E’ un errore pensare che Berlusconi possa cadere da primo ministro. Berlusconi è entrato in politica per motivi giudiziari, non per passione politica. Quando vide che i processi di mani pulite potevano arrivare a lui, s’inventò una terza via processuale: entrare in politica. Attraverso il controllo dell’informazione si fa rieleggere, nomina parlamentari i suoi impiegati, accoliti, complici e avvocati in modo da poter utilizzare il parlamento per fare leggi che lo salvino dai processi.
  • Non si può dimettere perché se lo facesse domani stesso sarebbe processato per il caso Mills, il reato di corruzione con il quale Berlusconi pagò 600 mila euro l’avvocato inglese Mills per testimoniare a suo favore in due processi. Di questo reato esistono prove.
  • L’Italia attraversa una grave decadenza etica e morale. Quel che più mi preoccupa non è tanto Silvio Berlusconi, quanto il Berlusconi che si è insinuato in ogni cittadino italiano, il fatto che si sia affermato un modello berlusconiano: il più forte si mangia il più debole, quello che si fa meno scrupoli trionfa, il più astuto, il più criminale e il più determinato è quello che passa la selezione naturale.
  • In Italia un’intervista come questa non me la pubblica nessuno. Non posso far altro che esprimere le mie idee nel mio blog.

Niente di nuovo, in realtà, nel pensiero dei due più famosi antiberlusconiani italiani. Mi colpisce invece che all’estero, per fortuna, ancora non si sia affermata l’antiberlusconianofobia. In fondo questi due personaggi dicono cose semplici ed ovvie che credo siano condivisibili da chiunque non sia invischiato nella dispute di potere italiche o non sia totalmente rincoglionito dalla tivvù. Altra cosa è condividere il progetto politico dell’Italia dei Valori.

Ormai l’anti-antiberlusconismo in Italia è imperante. Per questo nessun giornale ormai pubblicherebbe più queste interviste. Se ti dichiari antiberlusconiano sei nella migliore delle ipotesi considerato un povero scemo, anche da buona parte del centro sinistra. Sono d’accordo che la politica debba essere altro, debba essere fatta di programmi, idee, valori e proposte alternative. Ma l’antiberlusconismo non è e non dev’essere inteso come un progetto politico. E’ un baluardo contro l’emergenza antidemocratica in atto. L’antiberlusconismo non deve pagare elettoralmente, dev’essere una pratica quotidiana di resistenza contro l’assenza d’informazione e contro la berlusconizzazione della gestione clientelare del potere, come dice Di Pietro. Il suo scopo ultimo non è far dimettere Berlusconi, ma dotare l’Italia di antidoti istituzionali contro l’insorgere di forme di sultanariato, per dirla alla Sartori. E’ l’espressione di un bisogno di moralizzazione della politica. Non perché noi che ci definiamo di sinistra improvvisamente ci scopriamo moralisti, ma perché questi ultimi quindici anni ci hanno mostrato un modello di politica del facciamo quel cazzo che ci pare a patto che si risolvano i problemi (personali) che si traduce di fatto in una riduzione dei diritti democratici. E su questo tema sarebbe interessante che Sartori e Di Pietro si spendessero un po’ di più, quando rilasciano interviste.

Il problema quindi non è essere antiberlusconiani. Il problema è essere solo antiberlusconiani.

Brigate Serracchiani

Consigli per gli amici del Partito Democratico. avatar

Io ho smesso di votarlo. Sono stato duro di comprendonio, ma ce l’ho fatta. Ovviamente seguo quello che succede lí dentro perché è innegabile che resta ancora la più grande forza della sinistra in Italia, il che la dice lungo sullo stato pietoso di questo paese. Spero ancora che il congresso, in qualche modo, serva a far emergere almeno un’identità. Che se anche non fosse condivisibile appieno, dia forma a qualcosa che non sia sempliciemente un grosso contenitore di ex che non sono abbastanza a sinistra da poter stare con gli altri altri ex.

Ma purtroppo leggo sul Corriere che c’è ancora qualche folle imbecille che voleva rinviare il congresso, idea che ha lo stesso spessore di serietà di un Berlusconi con la velina sulle ginocchia che dice che gli italiani lo amano così.

Oggi ne sta discutendo il gruppo dirigente del PD. Il quadretto dipinto da Luca Sofri è abbastanza condivisibile e mantiene in campo la variabile Serracchiani che è brava, è stata brava, ha un solido curriculum politico e una forte legittimazione popolare, anche se lei ha gia espresso l’appoggio a Franceschini. Tutto sommato resto ancora scettico sulla possibilità che cambi qualcosa. A meno che…

A meno che la base non insorga davvero. Siano occupate le sedi del partito e le sezioni più importanti da tutti i militanti scontenti (e mi chiedo se ne esistano di militanti contenti…) nelle ore immediatamente precedenti al congresso. Vedreste che tanti altri non iscritti ed ex ex, si aggregherebbero.

Costituite le Brigate Serracchiani e fate un pacifico Colpo di Partito.

Gotham City

Mi sono sempre chiesto perché a New York fosse associato il soprannome di Gotham City. Per me era solo la città immaginaria di Batman, ma vista la frequenza con cui ci si imbatte in questo nome, sospettavo ci fosse altro ed infatti dopo una breve ricerca ho scoperto quanto segue.

Gotham è una cittadina inglese del Nottinghamshire. Il suo nome è la versione anglo sassone di “Goat Town”, città delle capre.

Fin dal medioevo la città di Gotham era considerata la città dei pazzi o degli stolti. In realtà la loro fama derivava da una leggenda secondo la quale i suoi abitanti si fingevano pazzi per evitare il piano del re Giovanni d’Inghilterra di stabilirvi la sua residenza e dover sopportare i costi di mantenimento della corte, oppure, secondo altre fonti, dissuadere il re dal far passare dal loro paese la Royal Highway e doverne poi sostenere i costi di manutenzione. In seguito il loro appellativo si tramutò nell’espressione Wise men of Gotham, sottolineando il fatto che dietro all’apperente follia ci fosse in realtà una scelta saggia. L’espressione divenne celebre al punto di essere richiamata in una filastrocca:

Three wise men of Gotham
Went to sea in a bowl.
If the bowl had been stronger
My tale would have been longer.

Cosa c’entra allora New York?
Ebbene lo scrittore e storico newyorkese Washington Irving, nei primi dell’ottocento, scriveva per il periodico satirico Salmagundi e in numerosi articoli satirici sulla sua città e sullo spirito dei newyorkesi usò il termine Gotham City, probabilmente alludendo al carattere un po’ presuntuoso, ma certamente stravagante e folle, dei suoi abitanti. Da quel momento Gotham divenne stabilmente il nickname di New York fino a quando non fu adottata ufficialmente come città di Batman. In seguito questioni di diritti d’autore resero molto difficile usare questo termine. E Gotham City come sinonimo di New York dovette cedere alla Grande Mela.

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Oltre a wikipedia ho tratto queste informazioni dal libro di Irving Lewis Allen The City in Slang, disponibile parzialmente su Google Libri.

Green revolution e informazione

GreenCome al solito l’informazione italiana dimostra di essere nel migliore dei casi perfettamente inutile, quando  non è dannosa. Ne è la prova che oggi su Repubblica la rivoluzione verde passa ben al settimo posto, dopo elezioni, notizie economiche, papi’s stories, i dati dell’istat sull’immigrazione, fisco che recupera qualche goccia dell’oceano di evasione fiscale, omicidio a Milano (non sono coinvolti immigrati, per questo è solo al 6 posto).

Sul Corriere della Sera va anche peggio, l’Iran merita solo il 13 posto.

Eppure la cronaca è fitta di eventi per una di quelle rivoluzioni che sarà studiata e ricordata e che potrebbe produrre cambiamenti importanti nello scenario politico mondiale. I giornali esteri, non vittime del prosciuttosugliocchismo nostrano (per essere gentili nei loro confronti) danno, com’è giusto che sia, ben altro risalto alle notizie dall’Iran: su El Paìs l’Iran è al secondo posto; per la CNN, Der Spiegel, Le Monde, NY Times, è ovviamente la prima notizia.

Ma se volete una copertura decente degli eventi, sulla rete si muove ben altro. Ad esempio c’è l’eccellente lavoro di aggregazione che sta facendo Ezekiel, un bravo semplice cittadino, come lo definisce Mantellini. Sulla destra ho pubblicato il feed della stanza su FriendFeed dedicata alla rivoluzione verde. Da li si possono poi scoprire molte altre fonti che forniscono informazione continuamente.

Insomma, lasciate perdere di acquistare i giornali per la cronaca dei fatti. Cogliete l’occasione del passaggio al digitale terrestre e scordatevi definitivamente dei TG delle TV generaliste. Imparate a navigare tra le reti sociali, usate Twitter, Friendfeed ed altri strumenti online. Poi se avete la fortuna di conoscere le lingue andate ad incrociare e confrontare le notizie su diversi quotidiani, sia italiani che stranieri. Integrate le diverse fonti, solo così si può avere una vaga idea di quel che succede.

Gli unici giornali che secondo me ha senso acquistare sono quelli di opinione.

Poi dicono che la carta stampata è in crisi… ma non è colpa di internet o della gratuità delle fonti alternative, è colpa di un arretratezza culturale e di una subordinazione ai gruppi editoriali che in Italia molto più che in altri paesi è forte ed efficace.