Dalla Siberia alla Garbatella
L’osteria è una di quelle tipiche della vecchia Roma. Una specie di scantinato di un palazzo popolare della Garbatella. Dalla strada scendi le scalette ed entri nell’unica sala dove c’è una tavolata unica da un lato e altre due file di tavolini: una al centro e una dal lato opposto alla grande tavolata.

Si mangiano i piatti tipici della tradizione romana: rigatoni alla Amatriciana, Gricia, Carbonara, fettucine ai funghi, al sugo della Coda alla Vaccinara, la Coda alla Vaccinara, i Saltimbocca, la Coratella, l’Abbacchietto, le Polpette al Sugo, la Cicoria Ripassata, eccetera eccetera. Le porzioni sono immense. Il vinello è quello classico dei castelli, ma onesto, anzi superiore alla media dei vini della casa.
Ti siedi e t’immagini che in quell’osteria a quel tavolo, quarant’anni fa, un operaio della centrale elettrica Montemartini o della Romana Gas o delle ferrovie, chiamiamolo Ermanno, sarebbe stato seduto al tuo posto a discutere con un compagno di fabbrica davanti ad un vinello simile, ma un po più denso. Era ed è un quartiere rosso la Garbatella. Forse Ermanno credeva ancora nel Comunismo e nel suo immaginario di eroi c’era ancora l’Armata Rossa.
Oggi nell’osteria ci serve una simpaticissima signorona bionda. Non è della Garbatella, non è neanche romana. Mentre noi a fatica ci riprendiamo dal freddo gelido della giornata più fredda dell’inverno (dicono quelli che hanno la palla di vetro), lei è sbracciata come se fosse agosto. Le chiediamo di dov’è e ci dice che è russa, di una zona oltre la Siberia. Non immaginavamo neanche che esistesse qualcosa “oltre” la Siberia, ma si capisce perché alla signora, chiamiamola Olga, questo che noi consideriamo freddo non le faccia un baffo.
Dopo la pantagruelica mangiata di Gricia, Fettuccine ai Funghi, Polpette al Sugo e Bucatini alla Amatriciana chiediamo ad Olga cosa si mangia là, “oltre” la Siberia. E dalle chiacchere viene fuori che lei aveva vissuto, oltre che “oltre” la Siberia, anche a Vladivostock, dall’altra parte del mondo, a Praga e poi, dopo il crollo dell’Unione Sovietica era finita a lavorare a Roma, mentre il marito, aviatore militare dell’URSS, era rimasto laggiù, “oltre” la Siberia.
Chissà cosa avrebbe pensato Ermanno se avesse saputo che a quel tavolo quarant’anni dopo, avrebbe servito la moglie di un aviatore dell’Armata Sovietica.





