Archive for November, 2008

Al-Qaeda e i giornali italiani

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Oggi mi era sembrato di vederlo di sfuggita, mentre ero fermo al semaforo. Il titolone nella prima pagina del Corriere sulla presunta minaccia di attentato agli Stati Uniti, ben peggiore dell’11 settembre. Ma poi mi son chiesto: ma come, non aveva detto Gasparri che Al-Qaeda sarebbe stata contenta dell’elezione di Obama? O s’è sbagliato Gasparri o s’è sbagliato Bin Laden. Magari potrebbero incontrarsi e chiarirsi una volta per tutte.

Ma stasera torno a casa e metto più o meno quelle parole lì su Google. Scopro che effettivamente la notizia esiste ed è rimbalzata da un giornale yemenita edito a Londra all’ANSA e da lì trasformata in notizia del giorno su tutti i media italiani (ne resta traccia negli indici di Google, anche se mentre scrivo alcuni giornali l’hanno rimossa). Per fortuna trovo anche dei blog cha hanno già denunciato la scarsa serietà dei media italiani e spiegano come la notizia sia stata male interpretata ed ingigantita, tant’è che nei media internazionali ha ben altro significato (minaccia mite, secondo BBC) e soprattutto ben’altra rilevanza.
Già pochi giorni fa i giornali italiani avevano fatto una figuraccia simile a proposito della minaccia a Obama da parte di una organizzazione nazista.

Ma se ripetutamente i giornali italiani enfatizzano in maniera clamorosa notizie che nel resto del mondo intero vengono trascurate o trattate con più prudenza, secondo voi, vuol dire…

  1. che abbiamo i migliori giornalisti del mondo capaci di avere informazioni in esclusiva rispetto a tutti gli altri
  2. che i nostri giornalisti sono molto sfigati
  3. che i nostri giornali pubblicano qualsiasi cosa purché sia d’effetto, prescindendo dalla verifica delle fonti
  4. che la quasi totalità dei giornali italiani vanno a ruota di uno solo
  5. che le redazioni sono propense ad alimentare un clima di paura che fa tanto piacere a parte dei gruppi di potere
  6. che se siamo all’80 posto per libertà di stampa, forse un motivo ci sarà

(Ok, potete scegliere più di una risposta…)

Anche Cuba saluta il presidente Obama

Estratto dall’articolo di fondo pubblicato sul Granma il giorno dopo la storica elezione:

La victoria de Obama es un triunfo no sólo del pueblo de Estados Unidos. Lo es de la humanidad, de la tolerancia, de la integración, como lo muestra la foto de Obama recién graduado de segunda enseñanza, abrazado con la abuela blanca que lo crió. Como diría Hemingway: “un farewell a la guerra”; como diríamos los cubanos: un adiós a los mitos.

Gabriel Molina,
La Habana, 5 de noviembre de 2008

Lettera a Joe l’idraulico

Caro Joe,

come avrai notato sembra che il mondo intero abbia accolto con grande entusiasmo e gioa l’elezione del tuo nuovo presidente Barack Hussein Obama. Ovviamente mi associo a quest’onda di contentezza e speranza. Forse ti avrà sorpreso il modo in cui tante persone in tutto il mondo si siano appassionate a queste elezioni e abbiano manifestato apprezzamento e speranza per l’elezione di Obama, ma devi capire che essere un paese leader mondiale nell’economia e nella diplomazia comporta anche una grande responsabilità. E certamente il popolo americano si è accorto che le politiche dei gruppi di potere degli ultimi 8 anni, ma forse anche di più, hanno direttamente influenzato la vita di milioni di persone dentro e fuori gli Stati Uniti. Si è accorto che le proprie condizioni economiche erano peggiorate drasticamente, che le guerre degli ultimi anni hanno portato solo disgrazie e zero sicurezza, aggravando di giorno in giorno l’immagine dell’America nel mondo e creando una crescente instabilità nel pianeta.
Tu e il popolo americano in generale, avete avuto uno scatto di orgoglio e avete dimostrato ancora una volta che la vostra è comunque la più grande democrazia del mondo, capace di rinnovarsi e (speriamo) di imparare dai propri errori.

Per tutto questo io ti ringrazio. Ma avrei un’altra richiesta, se non chiedo troppo. D’altra parte hai fatto trenta, puoi fare trent’uno, come diciamo qui in Italia:

…potresti rimorchiarti la casalinga di Voghera e spiegarle quattro cose?

God bless america,
Gibilix

Yes, you all can. Yes, we all hope.

Barack Obama Logo

Italians for Obama

Dear friends,
I know it’s difficult to know whether is Obama is going to be the promise it appears or he will disappoint you for his inexperience (I understand this is one of the main criticism to him). But on one side you have the certainity of continuity with the policies that drove America to the historical minimum in popularity, the entire world to the worst economic crisis and to the most expensive and useless war (I’m not sure a war could be ever considered useful…). On the other side you have a hope for change.

We hope because we all need this change. This change is going to lead to better relationships between USA and the rest of the world. And both you guys and all of us need that America that lead the world to modernity, that freed Europe from nazifascism (which is radically different from today’s “exporting democracy”), that teached us and many other countries what a modern democracy is, the America of great men as Roosvelt, JFK and Martin Luther King, and great women as the suffragettes and Rosa Parks, the list is countless. The America that let one believe that everything is possible.

Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos

di Curzio Maltese

Articolo pubblicato su Repubblica.

AVEVA l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. “Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane” sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano “Duce, duce”. “La scuola è bonificata”. Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent’anni, ma quello che ha l’aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un’altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!” dicono le professoresse.


Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!”. Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra”. C’è un’insurrezione del drappello: “Di sinistra? Con le svastiche?”. La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” mi dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”. La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì”.

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: “Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!”. L’altro risponde: “Allora si va in piazza a proteggere i nostri?”. “Sì, ma non subito”. Passa il vice questore: “Poche chiacchiere, giù le visiere!”. Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s’affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l’assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s’avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell’Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all’occupazione, s’aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. “Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo”.

(30 ottobre 2008)