Monthly Archives: September 2008

Morti d’amianto

Amianto di preju_13

Amianto di preju_13

Domenica scorsa ho visto una puntata molto bella di Blu Notte che consiglio vivamente di andare a vedere sul sito della RAI. Il buon Lucarelli ha messo insieme, come al solito, un eccellente documentario per farci capire la portata del tragico problema dell’amianto, sia per i lavoratori che per gli abitanti di territori ed ambienti inquinati da quel materiale. Lucarelli ha una grande capacità: quella di farti “rendere conto” per davvero della dimensione quantitativa di un problema. Ad esempio ti informa che secondo le statistiche ogni anno nel mondo muoiono 120.000 persone per colpa dell’amianto, ma lo stesso dato diventa molto più significativo se espresso in maniera diversa: in media ogni 5 minuti una persona nel mondo muore per colpa dell’amianto. E secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità il picco di morti per amianto si avrà tra il 2015 e il 2020. Proprio perché i danni da amianto tardano molti anni in manifestarsi. E si sbaglia a pensare che sia un problema solo di chi ha lavorato o lavora nelle fabbriche in cui si produce questo materiale. Sebbene l’Italia l’abbia messo al bando nel 1992 ed abbia avviato una campagna di bonifica su tutto il territorio nazionale, molte volte viene smaltito male o nascosto. Questo perché come accade spesso per i rifiuti pericolosi, viene gestito da imprenditori senza scrupoli o addirittura dalla criminalità organizzata. E quindi c’è ancora amianto in molte case popolari (vedi ad esempio le Case Bianche di via Feltrinelli a Milano), nelle navi civili costruite prima del 1992 e nei molti siti non ancora censiti.
Il problema è ancora più grave a livello planetario, se si considera che solo alcuni paesi hanno provveduto alla messa al bando dell’amianto. Sono grandi produttori d’amianto ancora il Canada, il Brasile, la Russia e la Cina. In Cina e in India si da addirittura da lavorare a cottimo a casa.

Mi hanno colpito molto le considerazioni finali di Lucarelli. In Italia, repubblica fondata sul lavoro, di lavoro si muore. Sia avvelenati lentamente, come nel caso dell’amianto, sia in maniera violenta ed improvvisa per mancanza di adeguate misure di sicurezza. Solo nei primi mesi del 2008 ci sono stati mezzo milione d’incidenti e 534 vittime. Se si considera che nel 2007 gli omicidi sono stati 663, 400 in meno rispetto al 1995 – e poi parlano d’insicurezza… (fonte: rapporto Censis 2007), si capisce che l’incidenza è doppia rispetto alle morti violente per omicidio. Eppure la rabbia e la paura dell’opinione pubblica si scatenano solo per le storie di serial killer o di spettacolari omicidi di provincia, sui quali la copertura mediatica è straordinaria e martellante. E invece dei processi contro i responsabili della mancanza di misure di sicurezza non si sa nulla. Non si sa nulla delle assoluzioni per prescrizione dei termini e dei casi di “denegata giustizia per i lavoratori”. Si sa magari delle condanne in primo grado, ma passano in sordina le assoluzioni in appello. Tranne quando l’incidente è spettacolare come nel caso dell’incendio della Thyssen Krupp, buono per speculazioni elettorali.

Viene da pensare, come sottolinea Lucarelli, che dietro il problema della sicurezza sul lavoro ci sia la logica agghiacciante di considerare il lavoro esclusivamente come produttore di soldi e non come produttore di vita. In questa logica la morte è solamente un costo, che si può calcolare ed ammortizzare. Dice bene Massimo Carlotto:

risarcire un operaio morto costa meno che salvargli i polmoni

Per saperne di più:

Chi è vittima di razzismo?

Titolo di Repubblica:

Scritte razziste contro Schifani

Ora poiché la frasi orribili sono “Schifani, l’ebreo sarai te” e “Minime in Italia: Milano -1, Castelvolturno -6″, direi che l’unico a non essere oggetto di razzismo sia proprio Schifani. Il razzismo è come sempre contro gli ebrei e contro gl’immigrati. È a loro che il mondo politico dovrebbe solidarietà. Ed invece tutti in coro ad esprimere solidarietà a Schifani. Maddeché??

Male i politici e malissimo Repubblica.

Addio a Richard Wright

Ieri è morto Richard Wright. E quindi s’impone una riflessione sui Pink Floyd.

Non solo perché sono il mio gruppo preferito, uno di quelli con cui sono cresciuto e che hanno plasmato i miei gusti musicali, ma perché i Pink Floyd, per chi li conosce e li ama, non sono semplicemente un gruppo musicale e una manciata di album storici. La musica dei Pink Floyd, benché catalogata tra la psicadelica e il progressive rock, è uno state of mind, una dimensione evocativa di spazi ancestrali. E’ un rifugio musicale al quale tornare periodicamente.

Ultimamente ho ricominciato ad ascoltarli quasi ogni giorno. Poi ripasserà e poi ritorneranno ancora, come sempre. E allora oggi posto ben 3 pezzi dei Pink:

1. Un omaggio alla più celebre e grandiosa composizione di Rick. The Great Gig in the Sky, da uno degli album più venduti di tutti i tempi. Ho scelto questo video del concerto di Venezia del 1989 perché tra quel pubblico c’è un gibilix diciottenne, sotto i portici del palazzo ducale, estasiato e sfranto dal viaggio notturno in macchina sotto il diluvio universale.

2. Dogs, dall’album Animals del 1977. Uno dei miei preferiti in senso assoluto.

You got to be crazy, you gotta have a real need
You gotta sleep on your toes and when you’re on the street
You got to be able to pick out the easy meat with your eyes closed
And then moving in silently, down wind and out of sight
You gotta strike when the moment is right without thinking

And after a while, you can work on points for style
Like the club tie, and the firm handshake
A certain look in the eye and an easy smile
You have to be trusted by the people that you lie to
So that when they turn their backs on you
You’ll get the chance to put the knife in

You gotta keep one eye looking over your shoulder
You know, it’s going to get harder, and harder, and harder
As you get older
Yeah, and in the end you’ll pack up and fly down south
Hide your head in the sand
Just another sad old man
All alone and dying of cancer

And when you lose control, you’ll reap the harvest you have sewn
And as the fear grows, the bad blood slows and turns to stone
And it’s too late to lose the weight you used to need to throw around
So have a good drown, as you go down all alone
Dragged down by the stone

Gotta admit that I’m a little bit confused
Sometimes it seems to me as if I’m just being used
Gotta stay awake, gotta try and shake off this creeping malaise
If I don’t stand my own ground, how can I find my way out of this maze

Deaf, dumb and blind, you just keep on pretending
That everyone’s expendable, and no one has a real friend
And it seems to you the thing to do would be to isolate the winner
Everything’s done under the sun
But you believe at heart everyone’s a killer

Who was born in a house full of pain
Who was trained not to spit in the fan
Who was told what to do by the man
Who was broken by trained personnel
Who was fitted with collar and chain
Who was given a pat on the back
Who was breaking away from the pack
Who was only a stranger at home
Who was ground down in the end
Who was found dead on the phone
Who was dragged down by the stone
Who was dragged down by the stone

3. La sequenza di note che ho ascoltato di più in vita mia. Shine on you crazy diamond. Dedicata a Syd Barret, il primo Pink ad andarsene, molto prima che morisse fisicamente. Su questo brano riporto un paragone trovato in un post dal titolo eloquente: Il più bel Sol minore di tutti i tempi, che descrive perfettamente la genialità dell’incipit di questo brano:

…si faccia un paragone con un qualsiasi pezzo progressive più o meno coevo, per esempio Watcher of the skies dei Genesis (da Foxtrot del 1972): qui, al contrario, il tastierista Tony Banks per introdurre il brano sciorina una serie infinita di accordi più o meno complicati (e inutili) che oggi suonano inevitabilmente datati: un saggio da quinto anno del Conservatorio, si direbbe, laddove Wright con tre note “scava il cielo”, come avrebbe detto Baudelaire, e la musica ci avvolge e penetra aprendo sconfinati orizzonti emotivi.

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