Archive for January, 2008

Disclaimer

Ho notato che la maggior parte del contenuto di questo blog, fino a questo punto, ha a che fare con fuoco, incendi, vulcani e nuvole di fumo.
Ci tengo a precisare che è un puro caso! Non sono piromane, non amo particolarmente i fuochi e da piccolo non volevo fare il pompiere. Ecco.

Soluzione al cambiamento climatico

Una grande nube nera oscurerà il cielo e le tenebre riempiranno di
freddo il pianeta tutto

Non è la descrizione dell’apocalisse, né l’invasione da parte degli alieni, ma una terapia shock per dare una botta di raffreddamento all’atmosfera e fermare o mitigare il riscaldamento globale.

Detta così sembra una clamorosa stupidaggine ed è possibile che lo sia, ma vale la pena ascoltare e capire meglio cosa c’è dietro.

Su TED, un sito molto interessante che si propone di divulgare idee nuove e rivoluzionarie, ho trovato un’interessante conferenza di David Keith, scienziato ambientale dell’Università di Calgary, che propone l’immissione di una immensa nube di cenere nell’atmosfera, con lo scopo di deflettere luce e calore solari in misura sufficiente a provocare un raffreddamento tale da compensare il riscaldamento globale dell’atmosfera.

L’idea nasce dall’osservazione di dati ambientali in occasione di eventi naturali catastrofici, come il caso del vulcano Pinatubo, nelle filippine. Il suo gruppo di studio ha osservato che in concomitanza con diverse eruzioni del genere, le curve di concentrazione di CO2 atmosferico diminuivano drasticamente dando un po’ di “ossigeno” al pianeta e alleviando temporaneamente il problema dell’effetto serra. Il fenomeno è stato messo in relazione alla generazione dell’immensa nube di cenere vulcanica che avrebbe avuto l’effetto di oscurare il sole quanto basta.

Da questa osservazione nasce l’idea di provocare artificialmente tali immissioni e riportare i livelli di CO2 alla normalità.

Ovviamente ne so troppo poco per capire un idea del genere sia scientificamente valida, ma nella presentazione di David Keith ci sono degli spunti interessanti. Anzitutto noi lottiamo giustamente per ridurre l’immissione di gas serra e per un sviluppo sostenibile e su questo non ci piove. Ma secondo molti studi, il tasso di crescita delle immissioni degli ultimi anni è di gran lunga superiore a quello ipotizzato una decina di anni fa come peggior scenario possibile. In pratica ci stiamo comportando molto peggio delle peggiori ipotesi fatte quando ci si è cominciati a preoccupare del cambiamento climatico. Questo potrebbe voler dire che cambiare radicalmente il nostro modello di sviluppo è necessario, ma non sufficiente. Se anche cominciassimo ad essere virtuosi adesso, i benefici si vedrebbero tra molti anni e nel frattempo subiremmo comunque una catastrofe ambientale.

Da qui l’esigenza di studiare metodi per fare di più. E scopro che c’è una disciplina che si chiama geoingengneria o ingegneria planetaria, che ricerca proprio in questo campo. È la stessa disciplina che studia ad esempio il terraforming o l’ecopoiesi, termini che si riferiscono alla possibilità di ricreare un’atmosfera di tipo terrestre in altri ambienti, come ad esempio sulla luna o su marte e addirittura di riprodurre i meccanismi di formazione degli ecosistemi.

Tra le critiche a questo tipo di approccio c’è ovviamente quella che si conosce ancora troppo poco in merito per poter prevedere il risultato di esperimenti su grande scala e quindi il fatto che non si può sperimentare mettendo a rischio l’intero pianeta. L’altra critica riguarda il fatto che la geoingegneria può essere vista come mezzo per mettere toppe e dare la scusa per evitare d’impegnarsi nella ricerca di uno sviluppo alternativo e sostenibile.

Altro materiale su cui riflettere!

Incendio alla Miralanza: doloso o incidente?

La narrazione dei fatti, così com’è facile reperire tra le notizie che circolano sui media e su internet è semplice: la sera del 3 Gennaio due capannoni dell’ex fabbrica della Miralanza dove vivevano molte persone (si va dai 90 del TG4 ai 300 de LA7, non ho trovato le cifre della questura…) tra cui molti bambini, s’incendiano e vengono distrutti, insieme a tutte le cose delle persone che vi abitavano. Per fortuna nessun ferito. Sono riusciti a scappare tutti e l’intervento dei Vigili del Fuoco ha evitato il peggio.

Il Manifesto sembra dire che il tutto è iniziato con uno scoppio. Per quel che io ricordo l’unico scoppio è stato quello ben documentato da Telerompo, che è avvenuto dopo almeno mezz’ora che l’incendio divampasse (ero al computer cercando di scaricare il video dalla macchina fotografica) e comunque mentre erano già presenti i Vigili del Fuoco, come loro stessi commentano sul loro forum e come commenta il capo della squadra intervenuta sul posto nel citato video di Telerompo.

Il consigliere di AN Piergiorgio Benvenuti addirittura dice di essersi trovato sul luogo proprio “…nel momento in cui esplodeva l’ennesima bombola di gas all’interno della struttura“. Io tutta questa santabarbara non l’ho sentita, ma potrei sbagliarmi.

A sostegno della tesi del dolo ci sono, attualmente, due elementi: il fatto che l’incendio sia divampato in due capannoni quasi contemporaneamente e alcune testimonianze degli ex abitanti del luogo che dicono di aver chiaramente visto l’attacco: due ragazzi in motorino avrebbero lanciato delle bottiglie incendiarie. La stessa tesi è rilanciata da molti, ad esempio l’associazione internazionale no profit EveryOne, che parla senza mezzi termini di attacco razzista. L’associazione da tempo segue e denuncia in sede europea il crescente razzismo anti-Rom in Italia e lo scorso Novembre ha presentato una mozione al Parlamento Europeo per combattere il fenomeno.

Mi piacerebbe sapere che ci sono delle indagini in corso e poter sperare che presto sapremo se veramente c’è stato l’attacco. Certo è che solo sette mesi fa, proprio a pochi metri di distanza, c’è stato un altro incendio. Anche in quel caso si sospetta il dolo.

Pochi minuti fa ho sentito al TG3 del Lazio che ad Aprilia è stato sventato un’attacco incendiario ad un campo nomadi, questa volta i responsabili sono stati individuati e fermati.

Mi piacerebbe anche sapere perché il comune ha tardato così tanto a prendere possesso dei locali della Miralanza, acquistati anni fa, e perché non si è mosso in tempo per trovare una sistemazione degna alle persone che l’abitavano. E’ stata giustamente chiamata la città degl’invisibili. Ma invisibili a chi? Alla sede della Croce Rossa Italiana situata a 50 metri? Ai Vigili del Fuoco separati solo dal fiume? Al Comune di Roma che su quell’area sta scommettendo da anni per la realizzazione di importanti opere e servizi? Ricordo che alcuni giorni prima di Natale abbiamo visto qualcosa che ci sembrava fosse un inizio di sgombero. Davanti all’entrata del complesso c’erano numerose macchine dei Carabinieri.

Aggiungo una mia considerazione personale. Faziosa, soggettiva e pregiudiziale. L’11 Gennaio sarebbero comunque iniziati i lavori per la riqualificazione dell’area, con l’assegnazione degli stabili all’Accademia di Arte Drammatica e il conseguente sgombero dell’insediamento. In quella data sarebbe venuta meno una circostanza sulla quale AN aveva basato una pressante campagna politica nel quartiere. Ma per una fatalità del caso, la tragedia annunciata si è verificata giusto in tempo per capitalizzare al massimo la campagna.

I resti della Miralanza

Mentre cerco di ricostruire quello che è successo, raccogliendo le notizie che trovo in rete, nei tg, fra i racconti e le testimonianze, oggi ho, intanto, fatto un giro tra quel che resta dopo l’incendio della Miralanza dell’altro ieri.
E’ stato come camminare in una città fantasma, tra rottami, cenere, tizzoni ardenti, spazzatura, resti di piccoli vecchi fuochi per cucinare e di un grande incendio che poteva uccidere. Con il sottofondo inquietante del suono delle lamiere che coprivano le finestre mosse dal vento.
C’erano fili per stendere i panni tra un albero e l’altro con le stampelle ancora appese, sedie intorno a tavolini, pentoloni e griglie per barbeque appese al muro. Resti di un’umanità che percepivamo solo marginalmente attraverso la musica balcanica delle feste che sentivamo occasionalmente il venerdì o il sabato sera affacciandoci al balcone.
C’erano tracce dell’arte di arrangiarsi che forse i nostri genitori e nonni avevano nel dopoguerra, ma noi non conosciamo, come ad esempio mettere una vecchia vasca da bagno sotto una grondaia per raccogliere l’acqua piovana.
C’erano tracce di forme d’arte e d’ingegno per cercare di riprodurre il bello in un ambiente tetro e inquietante.
A qualcuno, però, tutto questo dava molto fastidio.

Incendio alla Miralanza

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Da pochi minuti appare completamente spento l’incendio della Miralanza che ho seguito dalle finestre di casa. Stavo guardando la tv, e mi è bastato girare lo sguardo di pochi gradi per vedere attraverso la finestra del salotto il tetto della fabbrica in fiamme. Siamo così abituati a vedere immagini tremende in tv che ci è voluto qualche istante prima che capissi che quella tragedia era la realtà e non semplicemente un altro schermo.

Dal balcone sentivo urla confuse e all’inizio non riuscivamo a capire se c’erano gia i vigili del fuoco oppure no. Tuttavia vedevo le fiamme divampare proprio dove poche ore prima vedevo giocare i bambini della comunità rom insiediata nella struttura e le donne che stendevano i panni tra quei pali in fiamme che di li a un attimo sarebero crollati.

Tutt’ora non so se ci sono stati feriti o vittime, ancora nessun mezzo ne parla. Probabilmente, data la grandezza della struttura e il fatto che si tratta sostanzialmente di capannoni, le persone si sono accorte in tempo dell’incendio e sono potute mettersi in salvo. Mi piace pensarla così.

All’inizio, preso dall’emozione e anche un po’ dalla paura (tutto sommato l’incendio era grosso ed era così vicino alle nostre case che sentivamo le vampate di calore), tentavamo di chiamare il 113, e per minuti che mi sono sembrati interminabili non rispondeva nessuno. Non sentivo neanche sirene, ma solo urla. Dal nostro punto di vista vediamo solo un lato della fabbrica, magari dall’altro lato c’erano gia pompieri e polizia. Più tardi o pensato che un incendio così non poteva scoppiare più vicino ai mezzi di soccorso, con i vigili del fuoco dall’altra parte del fiume e la croce rossa dall’altra parte del prato.

Poi lentamente il tetto del capannone principale ha finito di bruciare e ci sono stati i crolli delle strutture. Adesso ad incendio finito vediamo la torretta dell’insenga del teatro India che prima era coperta dal tetto della fabbrica. L’incendio successivamente è sembrato spostarsi verso un secondo fabbricato dell’area e dopo qualche istante si è udita una grossa esplosione di cui abbiamo visto solo la colonna di faville, perché è avvenuta dall’altro lato della fabbrica. Sarà stata una bombola di gas? Magari di una roulotte?

Insomma a parte lo spavento, la pena per quel che sarebbe potuto succedere (il condizionale è una speranza), restano tanti dubbi… Di solito quando succedono incendi nei campi rom ci dicono al telegiornale che le condizioni di vita nelle roulotte e la totale mancanza di misure di sicurezza rendono gli incendi molto più probabili che in condizioni normali. Vabbé lo capisco. Ma la fabbrica della Miralanza era una struttura in pietra del 1873, e dentro immagino quasi vuota, a parte la ferraglia e detriti di vario genere.

Speriamo di sapere qualcosa di più nei prossimi giorni.